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Mag 20
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Il Melodramma e l'Opera lirica

Alle fine del '500, gli studiosi fiorentini della Camerata dei Bardi, si fecero carico di realizzare un'esigenza molto sentita dalla cultura rinascimentale; riportare in vita la tragedia classica greca, che si pensava fosse interamente cantanta.

Paradossalmente, l'ispirazione a ricreare l'antico legame tra musica e poesia, portò alla nascita di un genere teatrale del tutto nuovo che fondeva insieme note e versi, costumi d'epoca e scenografie sfarzose.

Coerentemente alla sua origine anche l'etimologia del termine si rifà alla lingua ellenica.
Mèlos in greco antico significa musica.
Dramma da dràgma, indica la rappresentazione teatrale in genere, con la voluta omissione della distinzione fra Tragodìa e Comodìa, che si operava nel teatro greco.

L'anno zero del melodramma corrisponde al 1594 quando a Firenze andò in scena la Dafne, scritta da Jacopo Corsi e Ottavio Rinuccini e musicata da Jacopo Pieri.
Li stessi protagonisti si ripeterono nel 1600 con la rappresentazione dell’Euridice in occasione delle nozze di Maria ‘de Medici.

Corsi e Rinuccini sono dunque i primi librettisti che si ricordino, ma fu il compositore Claudio Monteverdi, a partire dall’Orfeo del 1607, a rendere celebre questo ruolo e conferire al melodramma quelle prerogative che lo avrebbero reso un successo irripetibile negli anni a venire.

Quello di librettista è un ruolo al tempo stesso esclusivo e fondamentale per l’opera lirica.
È la figura che si occupa di tradurre e ridurre in versi gli antichi testi in un nuovo libretto reso musicabile.
Monteverdi rovesciò la struttura creata dalla camerata fiorentina, che sottometteva la musica alle parole, e dimostrò come i due elementi potessero essere plasmati in funzione delle necessità drammatiche.
Nelle sue opere gli strumenti assunsero un ruolo indipendente, sia sostenendo le voci, sia alternandosi ad esse.
Aumentò inoltre il contrasto tra i recitativi: le parti colloquiali, che sviluppano la trama, e le arie, dedicate alla trasmissione di sentimenti e tensioni dei personaggi.

Fino ai primi decenni del 1600 il melodramma continuò a rappresentare un genere esclusivo, messo in scena con la funzione encomiastica di celebrare il potere delle dinastie governanti.
Le rappresentazioni erano gratuite ma riservate solo alla corte e alle famiglie aristocratiche.
Fondamentale per lo sviluppo del genere operistico, a livello economico e mediatico, fu l’istituzione a Venezia dei primi teatri pubblici. Da quel momento chiunque, acquistando il biglietto, avrebbe avuto il diritto di assistere allo spettacolo.
Il primo teatro a pagamento fu il San Cassiano, inaugurato nel 1637.
Per quell'occasione andò in scena l'Andromeda, la rappresentazione di un'opera di Franscesco Minelli di Tivoli; di lì a poco sarebbero cresciuti in modo esponenziale sia i teatri aperti al publico pagante che i melodrammi rappresentati .
Dalla metà del ‘600, grazie a musicisti italiani, il melodramma iniziò a diffondersi anche nel resto d’Europa, rimanendo comunque una rappresentazione prerogativa del Bel Paese.

In Francia, il compositore fiorentino naturalizzato francese, Giovanni Battista Lulli, creò la tragédie-lyrique, l’opera francese, che si differenziava dal melodramma per la maggior rigorosità nell’interpretazione musicale e la particolare attenzione verso le coreografie, arricchite dalla presenza dei balletti.
Nel ‘700 il melodramma iniziò ad assumere una connotazione più europea e venne profondamente riformato dal tedesco Christoph Willibald Gluck e dall’austriaco Wolfgang Amadeus Mozart.
Gluck e Mozart, senza scardinarne le convenzioni, ridussero la retorica, difficilmente comprensibile al pubblico, a vantaggio di un più chiaro svolgimento dell’azione e di una maggiore aderenza della musica alle situazioni dell’intreccio.
Fu soprattutto il genio di Mozart ad emergere con grande successo, presentando al pubblico opere di carattere popolare come Le nozze di Figaro o Il Dongiovanni.

Intanto il melodramma italiano definì la sua struttura di opera seria grazie al compositore Alessandro Scarlatti e si affermò Pietro Metastasio, autore di 27 testi, messi in musica negli anni a seguire più di ottocento volte.
Metastasio stabilì la struttura drammaturgica e la metrica delle arie, auspicando una assoluta serietà nelle sceneggiature.

In contrapposizione a Napoli nacque l’Opera Buffa.
Lo spunto venne dagli intermezzi musicali che gli autori inserivano tra un atto e l’altro per intrattenere il pubblico.
Queste brevi scenette, che narravano in chiave comica episodi tratti dalla quotidianità , avevano un grande successo tra gli spettatori e nell’arco di poco tempo diventarono un genere teatrale a se stante.
Rispetto all’opera seria, l’opera buffa era molto più libera da schemi precostituiti: i compositori si ispiravano a vicende legate alla vita di tutti i giorni che il pubblico capiva con maggior facilità, riuscendo ad identificarsi nei personaggi.
L’opera buffa raggiunse l’apice della sua espressione con  Il Barbiere di Siviglia di Rossini.

Proprio Rossini, insieme a Bellini, Donizetti e Verdi rappresentò il periodo di maggior popolarità del melodramma che nel frattempo assunse il nome di Opera.

Sul finire dell'Ottocento sorse la Scuola verista, un movimento che, pur non rinunciando alla concezione tradizionale del melodramma, lo rese più vero ed aderente alla vita quotidiana.
Tra i musicisti ricordiamo Mascagni, Leoncavallo, Cilea, Giordano, oltre, naturalmente, a Giacomo Puccini.

 

 

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